2004-03-12 - Aula Magna del Politecnico di Bari - Campus Universitario Bari - Italia / Italy

Kun. Giussani knygų pristatymai

Pristatytos knygos:
2004-03-12 | 18:30 | Italia / Italy | Bari Aula Magna del Politecnico di Bari - Campus Universitario

Francesco Ventorino - Docente di Filosofia presso lo Studio teologico
prof. Vito Marino Caferra - Docente di Istituzioni di Diritto Privato nella Facoltà Giuridica dell'Università di Bari
Moderatore: prof. Costantino Esposito

Il 12 marzo, alle ore 18.30, nell’Aula Magna del Politecnico di Bari, si è svolto l’incontro di presentazione del libro di don Luigi Giussani Perché la Chiesa.
Hanno partecipato: Francesco Ventorino (noto anche come "don Ciccio"), docente di Ontologia e di Etica presso lo Studio Teologico “S. Paolo” di Catania, e il prof. Vito Marino Caferra, giudice e Docente di Istituzioni di Diritto Privato nella Facoltà Giuridica dell’Università di Bari.
«La Chiesa è il luogo in cui viene esaltata la ragione dell’uomo, è il luogo in cui si dice che questo urlo che hai dentro è ciò che ti costituisce in dignità umana», ha detto don Ciccio Ventorino. Il grido, il bisogno che hai, non è «una disfunzione cerebrale», come direbbe Flores D’Arcais: «La Chiesa è il luogo in cui questo grido è preso sul serio».
Questo è il genio di don Giussani, per Vito Marino Caferra: «Il pensiero di don Giussani è forte e realista, sta con i piedi a terra. Tutto è concentrato sull’uomo concreto: io e tu. Non è l’uomo in astratto. Questo è l’unico modo di comunicare, concreto». È una proposta che ha a che vedere con me, con l’io, è una questione personale. Non è un’idea o un programma, ma un’esperienza, una proposta che si appoggia su fatti: «Per lui l’incontro con il Mistero è qualcosa di profondamente umano ed è a livello del cuore, delle istanze di fondo, delle esigenze di felicità, di amore, di giustizia, di verità. Queste domande sono alla base di ciascun uomo ed egli interloquisce appassionatamente con l’uomo in questa maniera, in un rapporto interpersonale, diretto, faccia a faccia. Le sue categorie sono tutte di vita vissuta: l’incontro, l’accadimento, lo sguardo, il volto. Sono tutti fatti. Il suo metodo è il metodo di Cristo che rivela a noi la nostra umanità, è uno sguardo rivelatore dell’umano al quale non ci si può sottrarre. È lo sguardo che nell’incontro decide e che induce poi a seguire chi con quello sguardo ti ha rivelato la tua umanità. Questo modo di comunicare è di Cristo innanzitutto, e don Giussani in qualche modo cerca di imitarlo».
Se è così, la Chiesa non è più la semplice «depositaria di un fatto accaduto nel passato», ma è «una vita che attraverso i secoli ti raggiunge nel presente». Non è più un discorso che si sviluppa a partire da un fatto, dalla vita, non sono le conseguenze che ognuno già sa o dovrebbe applicare: è una vita, un fatto da guardare e che non si finisce mai di guardare, che non si conosce mai del tutto, perché ultimamente è mistero.
Allora, fare Scuola di Comunità non si risolve semplicemente «in una dialettica interessante», come raccontava don Ciccio delle sue lezioni di religione prima dell’incontro con quella ragazzina di quindici anni che «abbordava la gente» per le strade di Catania, bruciando di passione per «la presenza dei cristiani» (un problema che il «cattolicesimo soddisfatto» del dopoguerra italiano nemmeno si poneva).
Per questo la Chiesa diventa interessante, addirittura affascinante. Don Ciccio racconta dell’incontro con don Giussani: «Il suo modo di proporre il cristianesimo era persuasivo. Sono stato colpito da quello che ha detto il giudice Caferra, perché credo che abbia colto il cuore della questione, cioè: don Giussani proponeva il cristianesimo come la risposta al bisogno più profondo che c’è nel cuore dell’uomo, per cui il cristianesimo veniva proposto come un avvenimento, un incontro per il quale, mentre segui, tu sorprendi questa corrispondenza tra ciò che più profondamente desideri e ciò che Cristo è, vivo e presente, ti raggiunge attraverso l’umanità di alcuni».
Ci raggiunge adesso: ecco perché quelle facce protese ad ascoltare. Di un discorso ci si stanca presto. E anche delle celebrazioni. Ma da ora la Chiesa, quello che abbiamo ascoltato, che abbiamo visto, che abbiamo scoperto, diventa responsabilità nostra, compito dentro Bari, dentro la storia.

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